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La vera proprietaria di Bocca degli Angeli era nonna.
Le piaceva, la campagna. A volte si fermava, guardava lontano e mi parlava del padre, di quando quella terra, la coltivava lui.
La guardavo incantata. Era bellissima, anche da molto anziana. Non una ruga e i capelli naturalmente neri, raccolti sopra il collo. Aveva una pelle perfetta,bianchissima, gli zigomi alti e rosa. Tratti perfetti e occhi profondi, scuri, leggermente allungati.
Quanto mi manca, tra febbraio e marzo, colmo di feste che amava: il suo compleanno, San Valentino, l’anniversario di matrimonio.
Ogni mattina, ogni pomeriggio e ogni sera, nonno la baciava sulla fronte e le accarezzava una spalla o il volto. Un rito durato una vita. Forse anche col pensiero, quando lui, durante la guerra era imbarcato e lontano e la guardava solo in una piccola foto scattata vicino alle rotaie della ferrovia.
Adesso, quella foto è mia. E li guardo io, ammirata e incantata, dal loro scambio di sguardi e sorrisi, giovanissimi fidanzati, lui elegante e lei con un vestito bianco e leggero, lui alto, lei piccina, sorretta dal suo braccio, mentre posano seduti in mezzo alla polvere. Quello sguardo eterno, durato una vita. Un amore che è sopravvissuto a gioie e dolori, in una giostra in continuo movimento.
Lui, superstite dell’Alvise da Mosto, lei sopravvissuta ai bombardamenti a tappeto sul paese.
Lui lontano, infine, in America, mentre tornava, quasi “ribelle”, nelle file degli alleati, da lei che, intanto, a causa dei bombardamenti, non riusciva a portare per tempo dal medico il loro primo bambino e, da sola, viveva il dramma della sua morte.
Che dolore grandissimo, per lei, giovanissima sposa e giovanissima madre, avvolta ancora nella mantella nera di quel fascismo che nonno aveva già rinnegato, circondava di gigli bianchi la sua creatura, per scattargli una foto, affinchè il suo papà potesse vederlo un’ultima volta.
E poi, finalmente, di nuovo insieme e il loro secondo figlio, poi il terzo e così via, sino all’ottavo e, tra gli ultimi, mia madre.
Riuscì a fare tutto, nonna. La madre, la casalinga, lavorare nei loro negozi.
Riuscì a viaggiare, ad andare all’estero, a sognare almeno un po’.
Vestiva in modo elegante e tradizionale e adorava le spille di rubini e i camei.
Quando si avviarono verso i novant’anni, nonno preparava le loro sedie all’esterno, per godere un po’ del sole del pomeriggio, dividevano un dolce e un po’ di aranciata….e spettegolavano sulla gente che passava nella via.
Solo qualche anno prima, ridevano dei vecchi che lo facevano.
Nonno era molto più vecchio di lei, ma si prese cura di lei sino all’ultimo dei suoi giorni. Credo lo ritenesse un suo compito da uomo.
Si svegliò, una mattina, e lei era già troppo “lontana” per sentire la sua voce.
Quando se ne andò, lui non entrò a vederla, finchè non ci fui io che, ricevuta la notizia, presi un taxi nella notte per raggiungere l’aeroporto e assicurami un volo. Appena arrivata, il mio primo pensiero fu lui. Ma non lo vidi. Mi dissero che mi stava aspettando. La andai a vedere, in attesa che lui arrivasse e, ancora, una volta, pensai che fosse bellissima. Mi accertai che fosse vestita esattamente come mi aveva chiesto. Sembrava che semplicemente dormisse. Poi, mi andai a sedere, come in un sogno. Trovavo surreale che non esistesse più.
Poi, arrivò lui. Mi vide e si fermò. Si sedette accanto a me e mi fece un sorriso, come per consolarmi.
Poi, ignaro che io l’avessi già vista, mi porse la mano affinchè l’afferrassi e mi disse: “Andiamo?”
Quando lo vidi piangere e chinarsi su di lei per darle un bacio un’ultima volta, desiderai morire anch’io.
Non potevano anche loro essere eterni, come quel loro amore?
Di chi si sarebbe preso cura, il mio anziano nonno? Per chi avrebbe trovato la forza di sorridere e raccontare, ora che la sua ragione di vita non c’era più? Con chi avrebbe osservato i passanti?
Come avrebbe fatto senza il sorriso della sua sposa?
E per chi avrebbe cercato regali a San Valentino, onorato ogni anno da una vita…..senza mai riceverne, tra l’altro….ma che momento impagabile per lui, inventarsi una sorpresa per lei e guardarla come una bambina curiosa, scartare il regalo.
Si dimenticavano, in quel momento di essere vecchi. Dentro erano sempre gli stessi.
Perché, del resto è così, per tutti gli uomini: la vita non concede un fisico potente quanto l’anima e, mentre, il primo cambia, invecchia, la seconda rimane immutata, e gli occhi che guardano sono sempre gli stessi, come l’istinto che guida una mano e fa una carezza o le labbra che cercano un bacio.